• Le direzioni del racconto Vallisa 2014
  • L
  • TEATRO VAN WESTERHOUT MOLA DI BARI
    29 -31 MAGGIO 2015

CRONACA DAL CONVENTO DI SANTA PASCA con annesso Conservatorio per le orfanelle

 

 

con Elisabetta Aloia, Francesco Lamacchia, Vito Lopriore, Matteo Martinelli Paolo Panaro, Virginia Quaranta, Antonio Repole, Rosaria Ximenes Angelo De Leonardis baritono, Debora Del Giudice clavicembalo Clelia Sguera violino, Paola Ventrella tiorba

una commedia di Paolo Panaro da Gioacchino Dandolfi 

regia di Paolo Panaro

assistente alla regia Giulia Sangiorgio

maestro di canto Angelo De Leonardis  collaborazione ai costumi Luigi Spezzacatene

produzione Compagnia Diaghilev Teatro Van Westerhout Mola di Bari

PROGETTO RESIDENZE TEATRALI

2015 18-19-20-21-25-26-27-28 giugno 2015

feriali ore 21 – festivi ore 19,30

 

“Cronaca dal Convento di Santa Pasca con annesso Conservatorio per le orfanelle” è una commedia che Paolo Panaro ha tratto e rielaborato da un’opera di Gioacchino Dandolfi (Le religiose alla moda),autore minore nel panorama drammaturgico napoletano del ’700. Il testo di Dandolfi richiamò l’attenzione di Benedetto Croce: “La commedia è una fessura attraverso la quale far scivolare un lungo sguardo divertito e indagatore tra le mura interne di un convento”. La storia si basa sulle gelosie delle monache che gareggiano tra loro per conquistarsi la predilezione del padre confessore, tra maldicenze reciproche, fisime di malattie immaginarie, di scrupoli esasperati. Nel Settecento, nel periodo di carnevale, quest’opera veniva rappresentata nei conventi di Napoli da sacerdoti che, per l’occasione, posavano la veste talare per indossare le tonache delle monache e i panni degli altri personaggi. E’ sempre Croce che ci ricorda: “le monache spettatrici dovettero riderne assai, riconoscendo la verità e accettando la blanda giustizia che su loro si esercitava da chi le conosceva a mente”, e cioè il Dandolfi, sacerdote e confessore di monache egli stesso, che le guardava curioso e divertito, ridendo della loro povera vita di recluse agitate. Punto di partenza del racconto sono i comportamenti di un gruppo di donne, provenienti da diverse regioni del Sud, recluse in un regime di convivenza coatta, vittime delle loro manie, nevrosi e pregiudizi medievali. Tutte, senza eccezioni, sono strette e schiacciate dallo strapotere maschile, rappresentato dal confessore che si occupa della loro anima e dal medico che cura il loro corpo. Lo strumento più efficace usato da costoro per esercitare la propria supremazia è una lingua fredda artificiale e affettata, il volgare toscano. Al contrario, tutte le monache di questo spassoso convento, per quanto sottomesse, non rinunceranno mai alla loro espressiva lingua madre. Riaffiora, così, la vecchia polemica della superiorità del toscano sulle altre lingue. Dandolfi è l’ultimo dissidente di una lunga e colta schiera di scrittori meridionali (Basile, Cortese, Sarnelli, ecc.) che, a partire dalla fine del Cinquecento, hanno messo in dubbio il primato del volgare a favore del napoletano e delle altre lingue meridionali.