CRONACA DAL CONVENTO DI SANTA PASCA con annesso Conservatorio per le orfanelle

CRONACA DAL CONVENTO DI SANTA PASCA

 

Cronaca dal Convento di Santa Pasca con annesso Conservatorio per le orfanelle

una commedia di Paolo Panaro da Gioacchino Dandolfi.

Produzione Compagnia Diaghilev Teatro Van Westerhout Mola di Bari

PROGETTO RESIDENZE TEATRALI 2015

“Cronaca dal Convento di Santa Pasca con annesso Conservatorio per le orfanelle” è una commedia che Paolo Panaro ha tratto e rielaborato da un’opera di Gioacchino Dandolfi (Le religiose alla moda),autore minore nel panorama drammaturgico napoletano del ’700. Il testo di Dandolfi richiamò l’attenzione di Benedetto Croce: “La commedia è una fessura attraverso la quale far scivolare un lungo sguardo divertito e indagatore tra le mura interne di un convento”. La storia si basa sulle gelosie delle monache che gareggiano tra loro per conquistarsi la predilezione del padre confessore, tra maldicenze reciproche, fisime di malattie immaginarie, di scrupoli esasperati. Nel Settecento, nel periodo di carnevale, quest’opera veniva rappresentata nei conventi di Napoli da sacerdoti che, per l’occasione, posavano la veste talare per indossare le tonache delle monache e i panni degli altri personaggi. E’ sempre Croce che ci ricorda: “le monache spettatrici dovettero riderne assai, riconoscendo la verità e accettando la blanda giustizia che su loro si esercitava da chi le conosceva a mente”, e cioè il Dandolfi, sacerdote e confessore di monache egli stesso, che le guardava curioso e divertito, ridendo della loro povera vita di recluse agitate. Punto di partenza del racconto sono i comportamenti di un gruppo di donne, provenienti da diverse regioni del Sud, recluse in un regime di convivenza coatta, vittime delle loro manie, nevrosi e pregiudizi medievali. Tutte, senza eccezioni, sono strette e schiacciate dallo strapotere maschile, rappresentato dal confessore che si occupa della loro anima e dal medico che cura il loro corpo. Lo strumento più efficace usato da costoro per esercitare la propria supremazia è una lingua fredda artificiale e affettata, il volgare toscano. Al contrario, tutte le monache di questo spassoso convento, per quanto sottomesse, non rinunceranno mai alla loro espressiva lingua madre. Riaffiora, così, la vecchia polemica della superiorità del toscano sulle altre lingue. Dandolfi è l’ultimo dissidente di una lunga e colta schiera di scrittori meridionali (Basile, Cortese, Sarnelli, ecc.) che, a partire dalla fine del Cinquecento, hanno messo in dubbio il primato del volgare a favore del napoletano e delle altre lingue meridionali.